Dire di no ... non sempre fa male PDF Stampa E-mail

“Ma come si fa a dire di no! Lui insiste ... io dopo un po’ cedo! Non lo posso sentire piangere. Domanda e dichiarazione di impotenza ricorrenti. A volte mi capita di entrare nel merito della risposta ironizzando: Signora spero molto che lei sia ricca perché con queste premesse non riesco a immaginare come se la caverà se all’età di 18 anni suo figlio le chiederà una Ferrari!” Ma i genitori non cedono nemmeno all’ironia. Da genitori amano molto i loro figli. E allora qualcuno risponde che quando sarà grande capirà di più, qualcun altro dice ma si vedrà, e qualcun altro ancora, talvolta, sorride alla battuta mentre io penso che la difficoltà di saper dire di no, di imparare a dare dei confini educativi ai figli, aumenti in proporzione alla loro crescita. Se non sono state messe delle basi su cui costruire una reciproca fiducia, più i figli sono grandi, maggiori saranno le loro esigenze e più difficile sarà far capire loro che non si può perché sono cresciuti nell’inganno che tutto si poteva.

Cari genitori provate a pensare quando a voi capita di sentirvi dire di no. Vi fa piacere o avreste preferito ascoltare una risposta positiva? Sicuramente è la seconda quella che scegliereste. Ma da adulti sapete anche discernere quando il no che vi arriva è giustificato o meno. Di conseguenza scegliete il comportamento da adottare.

I bambini piccoli non sanno discernere: per cui un no è sempre una risposta che mette alla prova la loro emotività. Ed è proprio in questo sentire emotivo dei bambini che nascono le difficoltà relazionali e educative fra genitori e figli.

Il bambino che sente rispondere un no alla sua richiesta reagisce opponendosi con i mezzi che ha a disposizione. Il mezzo che ha a disposizione fin dalla nascita per fare qualunque tipo di richiesta è il pianto: con le lacrime e le urla richiamano l’attenzione degli adulti per dire che hanno fame, che hanno sete che non stanno bene, che hanno sonno, oppure, proprio come nel caso di no, che sono contrariati.

Anche noi adulti esprimiamo la nostra contrarietà, non sempre troppo educatamente: a volte riusciamo a farlo utilizzando il dialogo altre volte, anche molto spesso, utilizzando urla, imprecazioni, gesti incivili. Ma non ci spaventiamo, tutt’al più dissentiamo, ci dichiariamo in disaccordo con questi comportamenti.

Ma il bambino no. Il bambino non può manifestare la sua disapprovazione con il mezzo che ha a disposizione: il pianto.

Come mai ci comportiamo così? Come mai gli adulti hanno tanta paura del pianto dei bambini? Perché sappiamo che il pianto è una manifestazione di sofferenza, di dolore. E pensare che un bambino piange per sofferenza, per un dolore che il genitore stesso gli ha provocato diventa insopportabile.

Però non è così. Il bambino quando si sente rispondere con un no piange per rabbia, piange per frustrazione. Con il pianto manifesta la sua contrarietà. Prova a capire se può trasformare quel no in un sì: e questa è intelligenza, non sofferenza. Memore che quando era ancora più piccolo con il pianto otteneva il cibo, le coccole, e altro ancora di positivo, ci prova anche da più grande: voglio quel giocattolo, mi piace, lo chiedo e non me lo danno. Io piango così capiscono che io ne ho bisogno.

L’educazione, cari genitori, è proprio anche questo: riuscire a far capire ai figli la differenza fra un bisogno di primaria importanza a cui è necessario cercare di dare sempre risposta, e una necessità/desiderio che può non essere esaudito subito perché è di rilevanza minore o addirittura di nessuna.

Ecco che, questo caso, chiarisce bene come l’educazione sia sempre assunzione di responsabilità da parte dei genitori nel fare scelte etiche e saperle far apprendere ai figli. Che l’educazione è anche saper ascoltare attentamente le emozioni e i sentimenti dei figli per riuscire a trovare la riposta più adatta.

Facciamo un esempio: se la vostra scelta è quella di comperare un giocattolo al mese a vostro figlio è necessario che la manteniate attraverso la vostra risposta che non può che essere “No, oggi non comperiamo il giocattolo perché ne abbiamo comprato uno da pochi giorni”.

Riconosciamo che dietro alla reazione al no il bambino manifesti rabbia: in questo caso i genitori potrebbero rimandare l’ascolto dell’emozione dicendo: lo so che sei molto arrabbiato e mi dispiace ma io penso che l’acquisto di un giocattolo al mese sia sufficiente. Oppure, in riferimento all’età, potrebbe essere: sei arrabbiato vero? Sei arrabbiato perché quel giocattolo ti piace proprio tanto. Ti prometto che metterò i soldi da parte e quando arriviamo alla fine del mese te lo compro.

La risposta sollecitata dall’ascolto emotivo non genera immediatamente il cambio di posizione del bambino ma di sicuro a lui arriverà un’emozione positiva da parte del genitore che invece di dimostrarsi arrabbiato sarà pronto ad ascoltare il figlio e ad accogliere la sua manifestazione di contrarietà senza aver paura del suo pianto.

I figli si aspettano genitori sicuri, nei quali riporre fiducia per svilupparla in se stessi.

Voglio dire: se acquisto un giocattolo al figlio ogni volta che me ne chiede uno per paura di farlo soffrire è più probabile che corra il rischio di insegnarli che la sofferenza viene superata con gli oggetti e non imparando ad affrontarla e soprattutto a sopportarla.

Ma lo so che molti genitori potrebbero rispondermi: c’è tanto tempo nella vita per imparare ad affrontare la sofferenza. Ora lo posso far stare bene.

E’ vero. Ma viene da chiedervi: ma nel dire sempre di sì ai figli, voi genitori come state?