Parlare della morte ai bambini PDF Stampa E-mail

Parlare della morte ai bambini

Il 29 di settembre di questo anno è morto mio padre. Era vecchio e anche malato.
Aveva attraversato una vita difficile segnata dalla guerra e dalle difficoltà della vita contadina. Ma era stato molto amato e, a suo modo, aveva saputo amare. Accanto a me, in questo momento di distacco definitivo dall’ultima delle persone che mi aveva dato la vita, c’erano la mia famiglia, i parenti, gli amici, i vicini di casa, i colleghi di lavoro. Chi con la loro presenza, chi con telegrammi, le telefonate, gli sms. Ringrazio tutti con grande affetto. Fra di loro c’era anche un bimbo di appena tre mesi.
L’ho trovato all’entrata del cimitero con suo padre e sua madre. Ci siamo salutati e in questo atto affettuoso e di cura verso di me è stato spontaneo il passaggio del piccolo nelle mie braccia. Con lui sono andata verso il carro funebre e gli ho detto: “Sei venuto a salutare il nonnino. Grazie. Vedi è lì dentro e dorme un sonno molto lungo”.
Con passo lento e gli uni vicini agli altri abbiamo accompagnato il feretro verso il luogo della sepoltura. Quando gli addetti del cimitero si accingevano a mettere la bara dentro al loculo il bambino si è messo a piangere. La mamma con naturalezza ha messo il figlio al seno. Mentre una vita se ne andava, una si alimentava per crescere e viaggiare dentro a quel miracolo che può esistere solo perché un giorno finisce per lasciare posto, in questo mondo, a chi deve ancora venire.


Perché, cari genitori, avete paura a parlare della morte ai vostri figli? Pensate che siano troppo piccoli per affrontarla? Oppure, proprio perchè sono troppo piccoli pensate che vadano protetti da un evento che anche noi adulti non sappiamo spiegarci?
Non sono troppo piccoli, mai, per fare conoscenza di questa compagna che viaggia a fianco della vita di ogni esistenza umana.
Una mia amica ha perso il marito improvvisamente. La nipote, di tre anni e mezzo, ha fatto esperienza della morte prematura dello zio con il quale era abituata a trascorrere molto tempo. Ha anche visto la zia piangere per il dolore della perdita. Pochi giorni fa è andata nella camera dove dormiva lo zio. Quando ha visto sul comodino la sua piccola sveglia, rivolta alla zia, ha detto: “Questa è la sveglia dello zio. (pausa). Io penso che lui abbia mangiato troppo. (pausa) Ha mangiato una scarpa!” Poi ha guardato la zia ed è scoppiata in una gran risata che ha contagiato chi le stava vicino e ha rallegrato quella stanza piena di tristezza.
Quanta saggezza nelle parole di questa piccola bambina, quanto sforzo per aiutare la zia e per cercare di capire questa vita che viviamo. Una spiegazione inverosimile! potrebbe obiettare qualcuno di noi adulti. Forse. Ma ha lo stesso effetto di quella scientifica poiché porta allo stesso risultato: imparare ad accettare ciò che la vita ci riserva, anche la morte.
Se noi ci disponiamo ad ascoltare i bambini possiamo imparare molto da loro. Oso dire che, in certi casi, si può rischiare di imparare anche di più che dalla scienza.
La fragilità dei bambini è sempre minore di quella che i genitori si immaginano. E comunque i bambini hanno bisogno di sentire che i genitori li credono forti e capaci di saper affrontare gli ostacoli e di saper trovare un modo per superarli. Bambini e genitori possono farsi forza insieme se si sentono uniti e se la fiducia è reciproca. I bambini hanno bisogno di genitori sinceri che sanno parlare con loro delle loro sofferenze e delle loro felicità. I genitori hanno bisogno di imparare che i loro figli sono persone e che, come a tutte le persone adulte, si può parlare di qualunque cosa, anche della morte.

 

Per la Clessidra
Marcella Dondoli

Sesto Fiorentino 8 ottobre 2009