Il Pannolone PDF Stampa E-mail

Lo hanno detto anche all’”Eredità”… ( a proposito di come e quando togliere il pannolone)

La domanda posta dal conduttore più o meno suonava così: “Le vacanze estive al mare sono il periodo migliore per togliere il pannolone ai bambini. Vero o falso? “
Fermo il ferro da stiro sull’asse, alzo lo sguardo verso il monitor della televisione e mi dico “Eccoci,...!”
“Vero” risponde il partecipante, il conduttore conferma: “Risposta esatta” e si cimenta anche in un commento del tutto improvvisato: “ Beh, si vede che i bambini
quando sono sulla spiaggia si sentono più liberi e imparano prima…” “Eh certo, pare non ci sia altra soluzione se non quella di aspettare l’estate, il sole e la spiaggia – mi dico io a voce alta senza dare la minima importanza al fatto che sono sola in casa. E, sulla scia delle emozioni, continuo dicendo con fare ironico:
– Chissà come fanno ad imparare a togliersi il pannolone quei bambini che non vanno al mare! E quelli che sono nati due anni prima nei mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile che fanno? Rischiano di “lessarsi la pancia e le mele” in attesa dell’estate?
Ma lasciamo andare per la sua strada l’ironia e cerchiamo di capire perché oggi i genitori tardano sempre di più a prendere la decisione di abituare i bambini al controllo degli sfinteri. Dal rapporto costante che ho con loro mi rendo conto che le mamme (perché sono quasi sempre loro che affrontano questo problema) hanno paura di anticipare troppo i tempi, oppure temono che i bambini non siano pronti. Si sentono impacciate, non sanno cosa dire ai loro figli e come dire loro che è arrivato il
momento per questa svolta.
“Io ho provato a dirle: si toglie il pannolone? – mi racconta una mamma - Ma lei mi ha risposto di no! Ma con un no così deciso che non gliel’ho più chiesto. Mi sono detta che forse è ancora troppo piccola”.
“Io ho provato a toglierglielo ma lui ha fatto la pipì in tutta la casa e così gliel’ho rimesso!. Cosa dovevo fare! – mi racconta un'altra. Quando si deve aiutare i bambini a sviluppare un nuovo apprendimento non si può provare a farlo o a chiedere loro il permesso di farlo ma occorre sentire dentro di noi che i bambini sono capaci e che ce la possono fare; nutrire verso di loro un sentimento di fiducia e trasferirlo nei nostri comportamenti e atteggiamenti educativi; mettersi accanto a loro perché sentano la nostra disponibilità ad accompagnarli attraverso questo cambiamento; fare in modo che loro percepiscano che al di là del confine superato da questo cambiamento c’è una nuova vita colorata da autonomia e indipendenza maggiore dove l’amore del babbo e della mamma non cambiano.
Per iniziare un nuovo percorso educativo spesso è importante anche avere delle conoscenze. In questo caso, per esempio, può essere utile sapere che, generalmente, un bambino fra i 18 mesi e i due anni è ormai pronto per controllare l’emissione di urine e feci. Ma questo passaggio dal pannolone alle mutandine è un
altro vero e proprio “svezzamento” che va curato con gradualità proprio come il passaggio dal dolce al salto o dalle pappe ai cibi offerti a pezzettini.
Il pannolone è sicuramente un capo di vestiario che offre sicurezza ai bambini e ai genitori senza richiedere nessuno sforzo particolare se non di tipo economico;
l’utilizzo delle mutandine richiede invece, da parte dei bambini, attenzione, consapevolezza, controllo, ovvero, presenza ed ascolto ai segnali che il corpo invia al
cervello. Tutte azioni che i bambini con il pannolone non sono abituati a fare.
Contemporaneamente per affrontare questo passaggio, i bambini, hanno anche bisogno di sviluppare sicurezza e fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.
Gli adulti che stanno vicino a lui (genitori e educatori) possono aiutarlo a prepararsi per questo nuovo apprendimento. Come?
Intanto aiutando i bambini a conoscere il loro corpo e ad imparare a sentire e riconoscere i segnali che mandano la vescica o l’intestino quando sono pieni. Si può
raggiungere questa meta utilizzando una storia di vostra invenzione. Io posso lasciarvene una – a mo’ di esempio - che potete decidere di utilizzare oppure no.

“La pipì che voleva uscire”

Era una bella giornata di sole e Paolo giocava nel giardino della sua casa: faceva le capriole con il gatto, scendeva e saliva sullo scivolo, si dondolava sull’altalena. Tutto questo movimento, e il caldo del sole che splendeva nel cielo, gli facevano venire una gran sete. Allora andava dalla mamma e chiedeva qualcosa da bere. Aveva bevuto l’acqua, e l’aveva sentita scendere nella sua gola e nel suo stomaco. Oh che bella sensazione di fresco- aveva pensato- e poi era tornato a giocare. Ma dopo un po’ aveva di nuovo sete e la mamma gli aveva dato un succo di frutta alla mela. Umh che prelibatezza: aveva sentito il sapore dolce sulla sua lingua e sul suo palato; soddisfatta la sete era tornato a giocare ma dopo un po’…ecco di nuovo la voglia di bere. Alla fine del pomeriggio Paolo aveva bevuto anche una spremuta d’arancia, un bicchiere di latte e uno di tè e, se non mi sbaglio, anche una tazza di caffé d’orzo e…a quel punto sentì qualcosa nella sua pancia che spingeva. E’ il mio palloncino vescica che si è riempito di liquido e che mi dice “svuotami perché sono pieno” – pensò Paolo. Era pronto per aprire il rubinetto pisello e lasciare uscire la pipì ma…si ricordò che non aveva più il pannolone! La mamma gli aveva spiegato che quando sentiva il palloncino vescica che premeva sulla pancia e sul rubinetto pisello doveva correre al gabinetto proprio come facevano lei e il babbo perché altrimenti rischiava di fare una pozzanghera di pipì fra le sue gambe! A quel ricordo
Paolo strinse un po’ le gambe e d’accordo con il suo cervello disse al palloncino vescica di avere pazienza ancora per un po’, almeno fino a quando lui non sarebbe arrivato al gabinetto. E ci arrivò, e fece tanta pipì nel water, e sentì subito il palloncino vescica sgonfiarsi. Ah che bella sensazione di leggerezza! Prima di tirare lo sciacquone osservò per un po’ la sua pipì e vide che era di un bel giallo quasi come
quello del sole, e fu contento. Poi ascoltò ma non sentì niente, la sua pipì sembrava tranquilla. Allora tirò lo sciacquone e salutò così: Ciao pipì, vedrai che lungo la strada incontri anche quella del babbo e della mamma che ti porterà verso il mare e là sotto vedrai tante cose belle da rimanere senza fiato!
Attraverso il racconto si instaura con i bambini un rapporto di condivisione delle emozioni, si utilizza un linguaggio che li fa sentire compresi, si stabilisce una vicinanza affettiva complice: saliamo insieme sulla barchetta della fantasia e della immaginazione per lasciarsi anche approdare sulla sponda della realtà. E’ questo un modo, diceva G. Rodari, per entrarvi ( nella realtà) dalla finestra ma proprio per
questo forse è più divertente e meno faticoso!
Potete fare appello ai processi di incoraggiamento ricordando ai bambini che le sconfitte prima o poi diventano vittorie: voglio dire che non vi dovete scoraggiare se all’inizio i bambini continuano a farsi la pipì nelle mutandine e neppure dovete rimproverarli perché può capitare di sbagliare, così come è necessario sforzarsi di imparare. Dite loro con le parole e con il cuore che siete certi che ce la possono fare, proprio come tutti quanti.

Per la Clessidra
Marcella Dondoli
pedagogista
Sesto Fiorentino 16/02/2010